versione italianaenglish version   MAX   MONTAINA
    FOTOREPORTER NATURALISTA  /   NATURALIST PHOTOGRAPHER

ORSO BRUNO
Testi e foto di Max Montaina



Da tempi immemorabili l’uomo è abituato ad attribuire a taluni animali virtù e vizi che in realtà sono propri solo della sua specie… Così l’attività di predazione che in passato – quando pastorizia e allevamento erano più diffusi – l’orso doveva esercitare con indubbia frequenza sul bestiame domestico ha fatto si che, probabilmente fin dal Paleolitico, egli venisse considerato il più formidabile antagonista dell’uomo nella pratica venatoria, nella competizione cioè della spartizione di quell’ inestimabile tesoro di proteine viventi che doveva

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essere la fauna olartica dell’ Eurasia, con i suoi bisonti, gli uro, i cavalli selvatici, i cervi nobili e le renne. Del resto, gli stessi atteggiamenti “umanoidi” dell’orso, che poteva presentarsi eretto sulle zampe posteriori come un gigante in assetto da combattimento, ed il suo stesso modo di lottare, senza mai aggredire alle spalle, ma sempre faccia a faccia, e disponibile al corpo a corpo, ne fecero un concorrente temibile, anche se leale, per il cacciatore paleolitico, cui forse non dovevano essere estranee, nei confronti di questo grande predatore, forme totemiche di culto, a giudicare almeno dai resti scheletrici di orso rinvenuti nelle caverne degli uomini preistorici . Certo è che nel Neolitico la considerazione dell’orso dovette farsi ancor meno benevola: l’uomo infatti diventò pastore e agricoltore, ed il passaggio dalla vita nomade a quella sedentaria lo trasformò, con la nascita del senso di proprietà, in un intollerante difensore del proprio habitat da attacchi esterni. L’orso, sebbene onnivoro, preferenzialmente erbivoro e solo occasionalmente predatore, non poteva che essere attratto da ungulati facili da catturare come pecore, capre, buoi, e cavalli domestici, o dagli alveari ricchi di miele soprattutto di crisalidi, vere e proprie proteine allo stato puro, una leccornia, insomma, per un animale goloso e opportunista come l’orso, abituato a sfruttare per i suoi pasti abbondanti e variati, qualsiasi fonte di energia alimentare. Ebbero inizio così le prime sanguinose reazioni collettive ai danni prodotti al bestiame e agli alveari dalle scorrerie degli orsi, e se nel Medioevo le stragi rimasero tutto sommato contenute, data l’alta considerazione in cui l’orso era tenuto (simbolo di lealtà, di coraggio, di nobiltà, non poteva essere cacciato se non dai nobili che lo accoglievano nelle loro riserve e comminavano multe altissime al “villano” che avesse osato tentare azioni di bracconaggio), fra il XVI e il XVII secolo, anche in seguito alle sanguinose rivolte dei contadini, oppressi da una tassazione insostenibile che li rendeva particolarmente intolleranti nei confronti dei danni provocati dalla popolazione ursina protetta dai signori, la caccia all’orso si trasformò da privilegio in diritto e – ben presto – da diritto in obbligo. Le spedizioni, punitive o preventive, contro gli orsi divennero massicce, sistematiche e obbligatorie per tutta la popolazione, che non poteva sottrarvisi senza incorrere in severe punizioni. Alla rarefazione progressiva e inesorabile della specie e alla conseguente diminuzione dell’areale dell’orso, diede un ulteriore, decisivo contributo la comparsa di un nuovo nemico,

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ancor più temibile e agguerrito perché incentivato da premi sempre più allettanti : il cacciatore di taglie, che, a partire dalla fine del secolo XVII, e fino ai primi decenni del XX, perseguitò la popolazione ursina superstite con una caccia feroce ed indiscriminata. Il quadro complessivo dell’attuale distribuzione dell’oro in Europa, sulla base degli ultimi dati forniti da Giorgio Boscagli nel 1998, lo vede estinto ormai da diversi secoli in Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Germania, Svizzera e Portogallo, mentre la sopravvivenza della specie viene gravemente compromessa anche in numerosi paesi quali la Francia, l’Austria, l’Ungheria, la Turchia, la Grecia. Risulta invece sufficientemente rappresentata in Svezia e in numerosi paesi dell’Est europeo (Jugoslavia, Albania, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria, URSS ) per i quali tuttavia, le stime sono vaghe e devono probabilmente considerarsi esagerate, anche perché, pur protetto, l’orso è cacciabile in questi stati nelle riserve, o dietro acquisizioni di permessi speciali. Infine, in alcuni paesi quali la Norvegia, la Finlandia, la Spagna e l’Italia stessa, la specie ursina è presente in popolamenti modesti ( talora esigui, come nel Parco naturale Adamello – Brenta in Trentino, dove è accertata la presenza di non più di 15/18 esemplari) ma tali, per la discreta stabilità del tasso di riproduzione e la mancanza di apprezzabili variazioni di densità e consistenza numerica, da garantire a questo stupendo plantigrado un futuro meno incerto. Il nome, dall’antico ORKS, con cui l’orso veniva designato nelle lingue indoeuropee, deriva probabilmente, per onomatopea, dal “ruglio”, il ruggito sordo e terrificante con cui segnala la propria presenza ai cospecifici e ad eventuali, indesiderati ospiti del suo territorio. L’orso bruno europeo (Ursus arctos), suddiviso in numerose sottospecie e razze, è il più grande carnivoro indigeno del nostro continente: di struttura tozza, ha tronco massiccio, muso allungato con occhi e naso decisamente piccoli; vede poco ma in compenso ha un udito e un olfatto sensibilissimi. Ha coda breve, spesso confusa nel fitto pelo del posteriore e zampe robuste munite di artigli poderosi, particolarmente adatti al suo comportamento alimentare opportunista, che lo spinge a mettere in atto tecniche di predazione estremamente varie, come lo scoperchiare formicai, o il sollevare pietre anche di diversi chili, alla ricerca di larve, insetti ipogeni, vermi o piccoli rettili. Il bruno mantello, lungo e folto, può variare dal bruno grigio al bruno rossastro. L’altezza al garrese è di 80/100 cm, con lunghezza totale fra i 130 e i 160 cm e peso tra i 110 e i 250 chili. Solitario, guardingo ed elusivo, al punto che la letteratura sui suoi costumi è ancora scarsa, l’orso è di indole pacifica : ha timore dell’uomo e non esistono prove documentate che lo

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abbia mai aggredito per primo. Ama la pace ed il silenzio : fugge la presenza umana, ma non pare neppure gradire troppo la compagnia dei suoi simili, che ricerca solo nella stagione degli amori, oppure tollera in zone particolarmente ricche di cibo. Per il resto vaga su un territorio molto vasto, che può andare dai 100 chilometri quadrati ai 320 nella stagione estiva. Scontroso, mobilissimo (può anche “galoppare” per brevi tratti alla considerevole velocità di 40 chilometri l’ora, o compiere balzi di 3 metri), pungolato perennemente dalla necessità di trovare sempre nuove ed abbondanti fonti alimentari per calmare i suoi famelici appetiti, l’orso ha bisogno di compiere lunghi spostamenti in spazi assai più ampi di quelle che le ridotte dimensioni del suo territorio privato gli consentirebbero. La sua sopravvivenza infatti è sempre dipesa dalle straordinarie capacità di arrangiarsi, di adattarsi di volta in volta a fonti alimentari irregolari ed imprevedibili: la sua dieta comprende infatti una gamma estremamente diversificata di cibi, utilizzati quando sono facilmente reperibili, dalla carne- che non supera tuttavia il 30% , insetti compresi, in contrasto con la credenza popolare che lo vuole soprattutto carnivoro, ai prodotti agricoli, ai vegetali selvatici, cui sembrano andare le sue predilezioni. Una tale dipendenza da fonti energetiche cospicue ed estremamente varie, nonché la necessità di tenere sotto controllo un discreto numero di rifugi e nascondigli potenziali (dati rivelati con la radiotelemetria in Trentino su esemplari muniti di radiocollare, hanno rivelato il fatto che gli orsi mutano giaciglio tutti i giorni) sono ragioni sufficienti a spiegare quella che può apparire un’inquietudine misteriosa, un innato nomadismo. I vagabondaggi dell’orso, alla ricerca di cibo, di nuove piste e di più sicuri nascondigli avvengono sporadicamente durante il giorno, per lo più dedicato al riposo (specie nelle ore che vanno dalle 8 alle 13): sono piuttosto crepuscolari e notturni e si verificano abitualmente tra le 18 e le 23. In autunno , prima del lungo inverno, la necessità di trovare, concentrate in brevi spazi, fonti energetiche abbondanti e di elevato contenuto proteico, si fa ancora più impellente: all’approssimarsi della brutta stagione infatti, scelta una buona tana, ha inizio il lungo riposo invernale, in solitudine per i maschi adulti, le femmine che devono partorire e gli orsacchiotti di 16/17 mesi, stretti invece al corpo gigantesco della mamma per i cuccioli nati nell’anno. Non si tratta di un vero e proprio letargo, come per il tasso o il ghiro, ma una lunga fase di dormiveglia in cui i ritmi vengono ridotti al minimo e la temperatura corporea scende dai 36/38 ai 32/31 gradi centigradi. Non di rado l’orso si risveglia, può anche uscire dalla tana per riscaldarsi al tepore del sole invernale, ma sempre per breve tempo e senza mai toccar cibo. Cosi da novembre a primavera, fino a quando il sole di marzo-aprile scioglierà lo spesso manto nevoso e farà crescere la prima saporitissima vegetazione. Solo allora l’orso abbandona il suo ricovero invernale e, nel breve volgere di una settimana, se ne allontana definitamene per riprendere a pieno ritmo il vagabondare della buona stagione. Le femmine invece, se hanno cuccioli non ancora in grado di spostarsi, si mantengono nel raggio di 200 metri dalla tana e solo a giugno, quando gli orsacchiotti possono seguire la madre, ampliano la zona dei loro spostamenti, limitandola comunque a pochi chilometri quadrati e il più possibile solitari, così da scongiurare il rischio di incontro con l’uomo o con qualche maschio adulto che potrebbe guardare ai cuccioli come a un’imprevista fonte di cibo.

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I cuccioli, di solito in un numero da 1 a 3 (sono possibili cucciolate anche di 4 piccoli ma, in Italia, esse costituiscono una rarità) vengono alla luce, dopo una gestazione di 6/7 mesi, fra la fine di dicembre e la fine di gennaio, nel pieno perciò del riposo invernale: al momento della nascita sono ciechi, piccolissimi e quasi privi di pelo. Il peso (400/500 grammi) e le dimensioni sono come quelle di un ratto, ed è un grande vantaggio per la madre che sia così. Piccoli di taglia maggiore e di più marcate esigenze alimentari non potrebbero essere nutriti nella seconda metà dell’inverno dall’orsa, la cui unica fonte energetica è in questo periodo lo spesso strato di grasso (6/7centimetri) che la riveste. Dormire e allattare i cuccioli sono le uniche attività della madre fino al tardo aprile, quando si verificano le prime uscite dalla tana di svernamento. Per le settimane successive l’allattamento resta ancora l’unica fonte di alimentazione e gli orsacchiotti (cui nel frattempo la madre ha già impartito tutte le lezioni indispensabili alla sopravvivenza e al riconoscimento dei fattori di rischio, ed ha insegnato, con l’esempio, i moduli comportamentali atti a procacciare e selezionare il cibo) hanno raggiunto il considerevole peso di 18/20 chili e, all’approssimarsi della stagione fredda, sono ormai ben preparati ad affrontare il loro primo letargo, che trascorreranno raggomitolati accanto al corpo materno. La primavera successiva i piccoli seguiranno ancora l’orsa, ma alla stagione degli amori essa si dimostrerà in molto riottosa verso i pretendenti maschi, più di quanto non lo sia stata nel primo anno di vita dei suoi cuccioli e la maggiore ricettività sessuale della madre finirà con il determinare l’allontanamento definitivo degli orsacchiotti, ormai pronti ad intraprendere la vita solitaria degli adulti. Gli accoppiamenti avvengono in maggio-giugno, dopo un paziente corteggiamento da parte del maschio, atto principalmente ad ammansire la reattività aggressiva della partner, del tutto naturale del resto, se consideriamo che gli orsi, in quanto animali non sociali, sono portati a giudicare il contatto fisico diretto innanzitutto come approccio altamente aggressivo.


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Due sono oggi le zone popolate dall’orso in Italia : il Trentino e l’Abruzzo. La popolazione del Trentino è, come si è già detto, numericamente assai esigua: 15/18 esemplari di orso bruno delle Alpi (Ursus arctos arctos), molto simili agi animali centroeuropei; su un territorio di quasi 1500 chilometri quadrati nella zona del Parco dell’ Adamello-Brenta. La situazione dell’orso in Trentino è grave, sebbene non più allarmante come nei primi anni settanta: il numero dei soggetti pare infatti sufficientemente stabile e così pure il tasso di riproduzione, segni entrambi di vitalità della specie che autorizzano un moderato ottimismo, ma che non devono farci dimenticare come all’orso del Trentino, in considerazione dell’estrema rarefazione dei soggetti in rapporto alle notevoli dimensioni dell’areale, si debba una protezione assoluta, con tutte le conseguenze che questo imperativo categorico comporta. La popolazione appenninica è invece più cospicua: fra i settanta e cento individui, presenti in forma stabile nel territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo, istituito dal 1921 e che vanta la più consistente densità di popolamento, ma anche sulla Maiella, sui Monti Pizi-Monte Secine e sul monte Sirente e, quali aree secondarie di transizione, sui Monti Ernici, sui Simbruini, sul gruppo del Velino, e nell’alto Molise. L’orso bruno appenninico, ricondotto da numerosi studiosi ad una sottospecie dell’orso bruno dell’Europa continentale (Ursus arctos marsicanus), in seguito a più sistematici e approfonditi studi sulle caratteristiche craniometriche, è stato invece identificato da alcuni con l’ultimo discendente dell’orso delle caverne o speleo (Ursus spelaeus), di cui sono stati ritrovati accumuli di ossa in numerosi rifugi preistorici d’Europa. Sebbene la situazione dell’orso bruno morsicano, a prima vista, possa apparire più confortante di quella del compagno alpino, determinati da bracconaggio (ancora praticato con una certa frequenza sull’Appennino centrale), dalle alterazioni ambientali prodotte dall’antropizzazione crescente, tanto più grave per l’orso che al disturbo antropico è particolarmente sensibile, dalla temibile concorrenza esercitata dal cinghiale in campo alimentare ed infine dalla stessa modesta entità della consistenza numerica dell’attuale popolazione ursina, che imprevisti eventi negativi potrebbero decimare in breve tempo. Come si vede, un eccessivo ottimismo sul futuro della specie, non è giustificato: non basta più, evidentemente, tutelare l’ambiente dell’orso e scongiurare il bracconaggio con provvedimenti di carattere generale; occorre passare ad una fase di interventi più mirati e rigorosi che individuino in primis, e quindi rimuovano gli ostacoli che ancora si frappongono all’aumento numerico e all’espansione geografica del nostro grande mammifero. Occorre, insomma, rimettersi a studiare il “caso orso” e, concluse le necessarie ricerche scientifiche, indispensabili alla corretta impostazione di qualunque progetto di tutela e conservazione di una specie minacciata, passare finalmente alla fase operativa. Tutti noi abbiamo avuto un piccolo orso di pezza dal muso paffuto e dai grandi dolci occhi, che ha animato di magici istanti i nostri giochi e i nostri sonni infantili: facciamo in modo che anche i bambini di domani ne possano avere uno e che sappiano che il loro cucciolo di peluche è la copia fedele , tenera e rassicurante, di qualche vispo piccolo orso, che forse non incontreranno mai, ma che di certo, in qualche remoto bosco d’Italia esiste. Ho avuto la grande fortuna di poterne incontrare numerosi nel corso dei miei viaggi intorno al mondo, e vi assicuro, che perdere per sempre questo animale, rappresenterebbe per l’umanità intera una sconfitta di indicibili proporzioni.

MAX MONTAINA