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MAX MONTAINA |
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FOTOREPORTER NATURALISTA / NATURALIST PHOTOGRAPHER |
LINCE
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Testi e foto di Max Montaina
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Questo magnifico predatore deve molti dei suoi problemi all’ignoranza abissale di certi uomini che nel corso degli anni, temendone la «ferocia» , hanno fatto il possibile per sterminarlo.
È uno dei tanti casi di mancanza di sensibilità e competenza da parte dell’uomo, ma il risultato è sempre lo stesso: rischio d’estinzione.
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| Foto di Max Montaina |
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Foto di Max Montaina |
Finché l’uomo considererà i luoghi comuni, come unici carismi per la protezione degli animali, gli stessi saranno sull’orlo del baratro.
Con questo reportage vorrei contribuire a far luce su alcuni aspetti dimenticati o forse volutamente nascosti, riguardanti questo splendido felino.
Innanzitutto, molta carenza di informazioni ha sempre circondato questo animale. In passato infatti, veniva chiamato: «gatto-lupo», «lonza», «lupo-cerviero», per citarne solo alcuni. Fortunatamente nel 1758, per merito del grande naturalista Linneo, la lince ebbe finalmente un genere scientifico ricavato da: “felis cauda abbreviata , apice atra, auriculus apice barbatis, colore rufescente maculata”; ovvero : felino a coda corta, con l’estremità nera, ciuffetti auricolari, colore rossastro maculato. Tutto ciò, mette ancor più in evidenza come l’attenta osservazione, e non una qualsiasi credenza popolare, possano portare ad una migliore conoscenza del soggetto preso in esame. Chissà per quanto ancora uccideremo animali ed estingueremo specie nel nome della superficialità sempre più imperversante.
La classificazione della lince porta ancora oggi a notevoli discussioni da parte degli studiosi. Secondo autorevoli opinioni, infatti, una buona parte delle linci del Vecchio e del Nuovo mondo vengono recentemente ricondotte alla lince comune, ovvero: «Lynx lynx», relegando così la lince pardina (penisola iberica), a sottospecie della sopraccitata, e cioè: «Lynx lynx pardina».
In ogni caso, il genere ha fatto la sua prima comparsa fra il pliocene e il pleistocene,
con l’antenata delle lince attuali: la specie Lynx issidorensis. Prima che l’antagonismo fra l’uomo e questo impavido felino fosse così accentuato, si sa per certo che l’areale antico di distribuzione era compreso in tutta Europa ad eccezioni delle isole Britanniche, del nord della Francia, della Danimarca e di parte della Lapponia.
Pensate che i romani la utilizzavano nelle arene, per i loro giochi «crudeli». Nel medioevo divenne poi, oggetto di assurde quanto stupide superstizioni. Temendone le «terribili» gesta, e le «gigantesche» dimensioni, le popolazioni del tempo rimanevano infatti sbigottite quando ne veniva ucciso qualche esemplare. Solo di fronte al felino che giaceva inanimato, si rendevano finalmente conto di quanto non assomigliasse ad un orco, come raffigurato nella mitologia del tempo, e soprattutto di quanto piccola fosse in realtà la sua taglia. A cavallo fra il 1500 e il 1600, l’esasperato uso di lacci, tagliole e soprattutto bocconi avvelenati , porto alla quasi totale scomparsa del felino dall’Europa centrale. Fu comunque in coincidenza dell’aumento delle popolazioni rurali, verificatosi a partire dal 1700, che si ha la maggior diminuzione della lince europea. In seguito si aggiungeranno una sempre maggiore deforestazione, e per rendere ancora più precarie le sorti del carnivoro in questione, conseguentemente alla diffusione delle armi da fuoco, si organizzarono vere e proprie battute di caccia allo scopo di eliminare il pericoloso competitore, con premi anche in denaro, ai migliori «killers».
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| Foto di Max Montaina |
Si arrivò così verso la fine del diciannovesimo secolo, con il numero degli esemplari e degli areali di distribuzione della lince, ridotti in maniera drastica.
Fortunatamente, con l’emanazione di leggi e decreti con vincolo di protezione, e con il conseguente adattamento della specie alle foreste trasformate dall’uomo, verso il 1930 in tutta l’Europa occidentale è iniziato un costante e continuo ripopolamento di alcune aree da parte delle linci stesse.
A tutt’ oggi il genere Lynx trova la sua diffusione nelle regioni centro-sud dell’emisfero boreale e comprende numerose forme. In particolare, lo studioso Lavandeu ha descritto ben 26 forme diverse di lince. A noi riguarda in maniera specifica il genere Lynx lynx, per cui mi limiterò ad indicare la sottospecie della Lince comune (europea).
In primis, la Lince europea ( Lynx Lynx Lynx ), diffusa in tutto il continente con la sola esclusione della Penisola Iberica. Troviamo poi la lince siberiana (Lynx lynx wrangeli) di dimensioni maggiori rispetto alla precedente, con un mantello grigio argentato, diffusa nella Siberia ad est dello Jenisei; la Lince del Caucaso (Lynx lynx orientalis) anch’essa di grosse dimensioni,mantello con macchie ben evidenti, diffusa nel Caucaso,nella parte settentrionale dell’Iran, e in Asia minore. La Lince pardina (Lynx linx pardina) è invece piuttosto piccola e fortemente maculata,ed è diffusa in quasi tutta la Penisola Iberica. Infine la Lince isabellina (Lynx lynx isabellina), di taglia superiore a quella europea, con un manto color crema uniforme in inverno, e ruggine d’estate, vive nel Cachemire, nel Tibet e in Mongolia.
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| Foto di Max Montaina |
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Foto di Max Montaina |
Ma vediamo ora di fare una conoscenza più dettagliata di questo fiero e possente felino, che ci delizia la vista grazie alle sue caratteristiche tipicamente «regali».
Nell’ambito dei felini questo predatore è da considerarsi di media grandezza. Il colore del suo manto va da grigio giallastro, d’inverno, al rosso cannella, d’estate. Una caratteristica molto curiosa e particolare è che le macchie del mantello variano col variare dell’individuo. È importante rimarcare che gli esemplari più nordici sono quasi privi di maculatura. Al contrario, gli esemplari che abitano, o meglio abitavano l’Europa del sud, possiedono una maculatura ben definita e marcata.
Per meglio proteggersi dal freddo e per una deambulazione più facile sulla neve e sul ghiaccio, i piedi della lince sono molto sviluppati e possiedono un fitto rivestimento di peli anche tra i cuscinetti digitali. La parte terminale della coda è nera, come pure lo sono i cuscinetti auricolari, che, pensate, vengono utilizzati come antenne, per meglio localizzare la provenienza dei suoni. Infine gli occhi, i famigerati «occhi di lince», che tanto l’hanno resa famosa in tutto il mondo (purtroppo per lei viste le conseguenze), possiedono l’iride che varia dal giallo al bruno.
Escludendo il periodo degli amori, nel quale vive da sola in territorio variabile da 1000 a 2500 ettari, a seconda della selvaggina disponibile, la lince si può considerare un animale territoriale. Nel Nord Europa ad esempio i suoi territori possono raggiungere i 6000 ettari , in Asia addirittura 10000. Con le sue grosse unghie marca sugli alberi il territorio. Gli escrementi all’interno del suddetto vengono ricoperti, al di fuori, rimangono bene in evidenza con lo scopo di indicare i confini.
Io stesso, nell’accingermi a realizzare questo servizio fotografico, insieme ai miei compagni di lavoro, mi sono reso conto di quanto sia prudente questo animale. La lince conduce infatti una vita prevalentemente crepuscolare e notturna e solo raramente, e con grande discrezione, esce con la luce del sole. La maggior parte del tempo resta nascosta, spesso a dormire, nel fitto della foresta. Le sue tane possono essere cespugli, grossi alberi cavi o anche piccole grotte, e generalmente i suoi spostamenti sono di pochi chilometri. Solo quando arriva il periodo degli amori, da marzo ai primi di aprile, abbandona il territorio. Sono le femmine che si muovono alla ricerca del compagno, ed è proprio in questo periodo che si può assistere, se si usa la dovuta cautela, a furibonde liti tra maschi.
Dopo una gestazione di circa 70 giorni, le femmine danno alla luce da 1 a 4 «linciotti», e questo avviene in genere alla fine di maggio.
Quando sono passate circa 3 settimane, i cuccioli finalmente aprono gli occhi, e per quasi 5 mesi la madre provvede all’allattamento, sebbene già dopo 4 settimane iniziano a ricevere cibo solido.
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| Foto di Max Montaina |
Generalmente il maschio non alleva la prole, così i piccoli rimangono per circa 10 mesi, cioè fino alla stagione degli amori successiva, con la madre che ne sarà l’unica tutrice. Spesso però i parti si hanno ogni 2 anni. Se poi si aggiunge l’elevata mortalità infantile, si riescono a capire le difficoltà incontrate dalla specie nel tentativo di aumentare la popolazione.
La maturità sessuale viene raggiunta a 33 mesi dai maschi e a 21 dalle femmine, e mediamente la loro esistenza scorre nell’arco di 10/15 anni.
L’alimentazione di questo carnivoro è composta di mammiferi, quali caprioli e giovani cervi, uccelli, rettili e anfibi. Così, nell’ambito degli animali che completano la fauna europea, si può tranquillamente affermare che la lince possiede una posizione privilegiata nella catena alimentare. Soprattutto grazie alla sua grandissima agilità, questo «superpredatore» per eccellenza svolge un compito di equilibratore ecologico in quanto mantiene controllata la riproduzione di animali molto prolifici quali lepre e conigli, e al tempo stesso controlla il numero di altri predatori come la volpe, allontanandoli dal proprio territorio, o in alcuni casi arrivando persino ad ucciderli.
Per cacciare, la lince utilizza tecniche molto particolari, anche se si sposta alla ricerca della preda, si può tranquillamente affermare che questo carnivoro ama particolarmente tendere imboscate.
Una volta localizzata la preda, infatti, si ferma molto frequentemente a scrutare l’orizzonte, e ad ascoltare molto attentamente ogni minimo rumore. In alcuni casi, addirittura, se conosce bene la zona, si apposta nell’area frequentata dalla sua ipotetica preda, sfruttando il suo manto altamente mimetico, che gli permette un fattore sorpresa molto elevato. In effetti, quando la lince ritiene che l’animale sia ad una giusta distanza, scatta improvvisamente con una corsa tanto breve quanto veloce, che termina con un salto di altissima spettacolarità, afferrando la preda con gli artigli per poi finire con un morso che tronca loro la colonna vertebrale.
Purtroppo, però, la sua posizione non basta a garantirle né cibo sicuro, né tanto meno certezza di sopravvivenza. Quindi, come abbiamo visto il numero delle linci europee stenta a crescere per le cause summenzionate. Per questo, negli ultimi decenni, alcuni uomini si stanno prodigando per tentare di far decollare il numero delle linci in tutta l’Europa. Soprattutto nel nord si stanno operando tentativi di reintroduzione, e di ampliamento di territori da adibire a zone protette e riserve.
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| Foto di Max Montaina |
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Foto di Max Montaina |
Per questi scopi sembrerebbe adeguato utilizzare linci nate negli zoo, per evitare prelievi direttamente dalle popolazioni selvatiche. Fino ad ora però, si è preferito utilizzare esemplari catturati nei monti della Slovacchia, successivamente vaccinati e osservati, tenendoli in quarantena presso lo zoo di Ostrava. La cosa più importante è far si che gli animali non escano dalla zona scelta per la reintroduzione, per evitare il rischio di migrazioni in zone di territorio non protetto. Per questo motivo gli esemplari prescelti vengono liberati al centro del territorio, in alcuni casi addirittura dopo averli ambientati per un breve periodo, tenendoli in un ampio recinto appositamente costruito. Purtroppo anche se la tecnologia sempre in miglioramento ci offre radiocollari molto sofisticati e precisi, bisogna attendere da 5, e in alcuni casi anche 20 anni, per poter effettuare stime precise e valutarne i risultati.
Negli ultimi anni sono state effettuate le seguenti reintroduzioni:
1) foreste della Slovenia (Jugoslavia), 3 coppie, il 3 marzo 1973, con ottimi risultati;
2) Parco Nazionale della Baviera (RFT), 2 coppie, fine anni ‘60, attualmente 20 esemplari, più i cuccioli di ogni parto a buon fine;
3) Riserva Naturale di Creux du Van (Svizzera) 5 coppie, fra il 1974 e il 1976, con buoni risultati;
4) Vosgi alsaziani (Francia), una coppia, nel 1983, che purtroppo non ha avuto buon esito poiché dopo alcuni mesi il maschio è stato trovato ucciso;
5) Parco Nazionale del Gran Paradiso (Italia), 2 maschi nel 1975, ma anche qui come in Francia il bracconaggio e l’insensibilità hanno trionfato, poiché uno è stato ucciso, il secondo, nonostante il radiocollare, ha fatto perdere ogni traccia di se, lasciando intuire un fallimento completo.
Come abbiamo visto, dunque, la situazione non è delle migliori, e oltretutto sembra che un alone di malvagità circondi questo splendido carnivoro, che in fin dei conti non chiede altro , e a buon diritto, che di essere lasciato in pace a vivere la sua già di per sé tormentata esistenza, su un pianeta che a quanto pare non lo ama abbastanza.
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MAX MONTAINA
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