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MAX   MONTAINA
 FOTOREPORTER E DIVULGATORE NATURALISTA - DIRETTORE DI KAMOOSE
       

CAPRIOLO
Testi e foto di Max Montaina


Il Capriolo (Capreolus capreolus) è uno degli ungulati più conosciuti, sebbene i primi veri studi a carattere etologico vennero condotti solo a partire dal 1968. In natura, come è già noto, i luoghi comuni e le superstizioni popolari si sprecano. Tutti credono di sapere tutto, ma in realtà, ben pochi sanno veramente i dettagli precisi a riguardo delle differenti specie animali. Per saperle apprezzare, bisogna conoscerle, studiarle, osservarle attentamente e soprattutto amarle. Ovviamente sulla base di dati strettamente scientifici. Fatta questa doverosa premessa, posso finalmente accingermi a parlare di questo splendido cervide tipicamente europeo.


Foto di Max Montaina

In passato, quando le ricche e lussureggianti foreste dell’ Europa, brulicavano di cinghiali e cervi, il capriolo non veniva minimamente considerato dalle popolazioni autoctone in cui il nostro cervide viveva. In seguito però con il continuo e pressante frazionamento delle terre, causato dall’agricoltura, riuscì a ritagliarsi un habitat confacente alle sue necessità vitali. Ama vivere in territori semi aperti al limite dei boschi, nelle brughiere e soprattutto nelle campagne antistanti i centri abitati; tutto questo va unito alla sua grande adattabilità in qualsiasi biotopo terrestre. Unica limitazione, strettamente legata alla sua “debolezza”, è la necessità di zone coperte da dove si rende possibile controllare qualsiasi impercettibile movimento considerato ai suoi occhi “predatorio”. Come la maggior parte dei Cervidi, famiglia dei mammiferi che studio e fotografo da oltre 25 anni con grande attenzione, anch’esso possiede un finissimo udito, ed a livello visivo, seppur non distinguendo le sagome immobili, riesce però a percepire il minimo movimento, anche in condizioni di luce precaria, grazie alla parte posteriore dei suoi occhi, dotati di una capacità riflettente. Infine, grazie al finissimo odorato, riesce a percepire, fino alla distanza di 500 metri, la presenza di un predatore o di un potenziale pericolo. Purtroppo, quando la vegetazione è alta e folta, le sue percezioni sensoriali, ne risultano notevolmente limitate, rendendogli ben più difficoltosa l’eventuale localizzazione del pericolo. In ogni caso, quando realizza la vicinanza di qualcosa a lui estraneo, reagisce fuggendo repentinamente, per nascondersi nel fitto della vegetazione circostante.


Foto di Max Montaina Foto di Max Montaina

Ama cibarsi negli ampi pascoli verdeggianti, dove, una stagione dopo l’altra si nutre di erbe varie, teneri germogli, di latifoglie e fibre di arbusti. Durante l’arco delle 24 ore quotidiane, il capriolo si vede costretto ad ingerire, ripetutamente e a brevi intervalli, piccole quantità di cibo, in conseguenza del fatto che il suo rumine (parte dello stomaco atta alla digestione), è sensibilmente più piccolo rispetto alle dimensioni corporee. E’ un’animale di taglia medio piccola, raramente supera i 25 kg di peso. Trova dimora dalla Scandinavia alla Grecia, in Asia Minore, si spinge anche fino alla Polonia e lo possiamo trovare anche nella Penisola Iberica. Vista la sua grande diffusione geografica, è stato suddiviso in diverse sottospecie, sebbene, al riguardo, non tutti gli studiosi siano perfettamente d’accordo. Possiede un corpo breve, il groppone è alto e le corna sono piccole. Manifesta poca resistenza ai lunghi percorsi, prediligendo lo scatto come risorsa difensiva. Solitamente è un animale che ama vivere isolato, infatti la massima concentrazione è caratterizzata da famiglie composte dalla madre con due piccoli solo raramente accompagnati dal cucciolo dell’anno precedente. Eventualmente questo nucleo può ulteriormente aumentare nel caso che alla comitiva si aggiunga un maschio adulto (o subadulto), per formare cosi un gruppo di 5 esemplari. Naturalmente anche per questa specie, la spinta a creare agglomerati numericamente consistenti è subordinata alle differenti condizioni ambientali. In assenza di una copertura arborea, ad esempio, possiamo incontrare branchi di oltre 16-18 esemplari. Al sopraggiungere dei primi rigori invernali, quando le praterie iniziano a tingersi di un bianco luccicante provocato dalle gelate notturne, l’aggregazione avviene in conseguenza di fattori strettamente ormonali, coincidente con il verificarsi della fase cosiddetta “indifferente” da parte del maschio, il quale proprio per questo fenomeno diviene indulgente nei confronti degli esemplari del suo stesso sesso. Tra dicembre e gennaio i maschi stanno ricostruendo le loro corna, cadute in novembre. Solo verso i primi di marzo, il trofeo è completamente ricomposto; inoltre l’ormone maschile, rappresentato dal testosterone, ricomincia a circolare con grande vigore, concedendo all’animale un duplice vantaggio: si solidificano le corna e viene conferita quella necessaria aggressività che è propria di questa specie.


Foto di Max Montaina

Timoroso, schivo, fugace, elusivo, sono solo alcuni degli aggettivi che lo hanno accompagnato nel corso dei secoli; è sempre stato da tutti considerato un animale da utilizzare solo come fonte alimentare. La realtà è ben diversa, non dimenticatelo mai, in natura NON ESISTONO ANIMALI INUTILI, e ancor meno lo è il capriolo. La sua grazia e la sua leggadria sarebbero sufficienti per riempire pagine e pagine, raccontando della sua vita e delle sue abitudini. Chi, almeno una volta nella vita ha assistito ad un rituale d’accoppiamento non potrà mai dimenticare gli infaticabili inseguimenti, i salti, le corse sfrenate a perdifiato, intorno ad un’albero o ad una roccia. Ma la cosa che più di ogni altra colpisce noi osservatori attenti del mondo animale è l’innocenza profonda che traspare dallo sguardo di un capriolo, quando spaurito al sentore del minimo rumore, attraverso i suoi grandi occhi rotondi, ci comunica la sua “tenerezza” e vulnerabilità al tempo stesso, e sono proprio queste peculiarità che lo rendono uno degli ungulati più amati da noi divulgatori e fotoreporter naturalisti. Quando il freddo pungente dell’inverno inizia a spadroneggiare nell’ambiente del capriolo, questi riesce a mantenersi caldo solo grazie al fitto mantello grigio brunastro, composto di lanosa pelliccia nello strato inferiore, e di un pelame di rivestimento nella parte superiore. In questo periodo dell’anno, la vita scorre all’insegna del massimo risparmio energetico, si riducono al massimo le necessità alimentari e tende a muoversi solo se indispensabile. Quando l’aria inizia ad essere frizzante segnando il passo dell’inverno ormai alle spalle, i caprioli rimangono ancora poco in gruppo a pascolare. La tenera pelle sulle corna precedentemente spuntate durante i rigori invernali, diviene secca, costringendo l’animale ad eliminarla mediante lo strofinio sulla corteccia degli alberi; solo ora avremo delle corna efficienti in tutto e per tutto. Sebbene vengano definite corna, in realtà sono veri e propri “palchi ossei”: nel maschio adulto, ognuno dei due fusti principali finisce con tre fusti a forma di coltello che in caso di schermaglia con un cospecifico allargano la zona da colpire, impedendo al tempo stesso che il colpo inferto produca effetti mortali. Verso la fine di marzo il vello grigio scuro si tramuta in una pelliccia color marrone rossastro, dapprima arruffata, in seguito più lucida e soprattutto liscia. A primavera inoltrata i caprioli iniziano a preoccuparsi dei loro territori. Sovente i maschi possessori di un determinato territorio, vengono sistematicamente insidiati da alcuni giovani, mentre altri cercano di conquistare spazi ancora liberi, il territorio infatti, rappresenta soprattutto una “tana” dove poter riposare, e solitamente dista dalle zone di pascolo dai 5 ai 12 ettari. Le femmine al contrario, anche se propietarie di un territorio, delimitano i confini meno drasticamente rispetto ai maschi (i quali lo marcano strofinandosi contro gli alberi), tant’è vero che lasciano entrare altri esemplari. In questo periodo hanno ancora con sé i piccoli partoriti verso la fine di aprile, considerati innocui, e per questo tollerati dagli adulti. I cuccioli, sovente 2 per parto, iniziano ben presto a brucare, imparando direttamente dalla madre a scegliere le adeguate forme di nutrimento come ad esempio, le tenere pianticelle e l’erba appena sbucata. Il capriolo è un cervide paleartico, particolarmente adatto agli ambienti boschivi. Attualmente, in assenza di predatori naturali quali lupo e lince, soprattutto nell’Europa occidentale, si adatta anche a territori cosiddetti a “rischio”, in conseguenza dell’elevata antropizzazione. Proprio per questo motivo, negli ultimi decenni, il nostro animale ha avuto una vera e propria esplosione demografica, arrivando addirittura a colonizzare nuovi territori, dimostrando un’incredibile adattabilità. Questa specie ha conquistato spazi in cui la progressiva degradazione causata dall’uomo ha limitato le foreste a semplici fasce marginali. Al contrario, in Asia e in Europa orientale, dove l’ambiente non ha subito alterazioni di sorta, e dove soprattutto, i predatori sono numerosi, il nostro ungulato vive nel suo habitat naturale e non ha ovviamente un’alta consistenza numerica tipica dello squilibrio biologico.



Foto di Max Montaina

Nell’ambito della sistematica biologica, nei territori abitati dal capriolo, ovvero dall’ Europa occidentale alla Siberia e parte di Cina e Corea, si distinguono tre sottospecie: Capreolus capreolus (specie europea), Capreolus capreolus pygorgus (specie siberiana) e Capreolus capreolus bedfordi (specie cinese). La popolazione italiana viene ricondotta alla specie Capreolus capreolus, anche se in passato, alcuni studiosi sono stati indotti a descrivere una particolare razza definita “italicus”; in questo frangente esistono però sufficienti obiezioni da parte della comunità scientifica. Tutto questo dimostra quanta importanza rivesta la possibilità di riferirsi ad individui endemici, ossia originari della zona. Malauguratamente, in tutta la penisola italiana, lungo l’intero arco appenninico, il capriolo è stato letteralmente massacrato da una sconsiderata quanto assurda pressione venatoria. Sopravvivono oggi soltanto pochi esemplari, disgiunti ed isolati, e perlopiù reintrodotti. Nell’ottocento la specie era molto numerosa e diffusa in molte zone dell’Abruzzo e del Molise, ma purtroppo con l’avvento della prima guerra mondiale e il bracconaggio, l’uomo, provocò l’ ESTINZIONE TOTALE dell’ultimo nucleo autoctono di caprioli presenti nell’ Appennino centrale. Fortunatamente dal 1971, nel Parco nazionale d’ Abruzzo è stata promossa una campagna massiccia di reintroduzione, atta a ripristinare l’integrità dell’ambiente forestale appenninico, per poter riequilibrare il rapporto esistente tra i grossi erbivori (tra i quali anche il cervo), e le foreste, da una parte, e fra gli stessi e i loro predatori, dall’altra. Dopo questa operazione i risultati ottenuti sono da considerarsi più che soddisfacenti, tanto da poter affermare che a tutt’oggi vi è stata una consistente espansione numerica della specie all’insegna di una conseguente ricostituzione degli importanti ecosistemi interessati. Nelle maggiori regioni zoogeografiche del nostro pianeta, i grandi erbivori, rappresentati nella fattispecie da cervi, daini, renne, alci e caprioli, possiedono una posizione ecologica di fondamentale importanza; infatti, la loro capacità di trasformare le fonti alimentari vegetali in energia, li porta ad essere dei consumatori primari in tutto e per tutto. Essi vengono, come ho già detto assoggettati alla predazione da parte dei carnivori o dai consumatori secondari, i quali col passare del tempo hanno dovuto assumere dimensioni adeguate alla “stazza” di tali prede, ma soprattutto hanno dovuto apprendere tecniche di predazione all’altezza delle loro rispettive fonti alimentari. Al


Foto di Max Montaina

di sopra di tutti, nel ruolo di predatore principe, troviamo il Lupo (canis lupus), il quale deve questa posizione privilegiata alla sua estrema adattabilità a diversi ambienti, che variano dal bosco mediterraneo alla tundra artica. La difficoltà maggiore incontrata nella predazione dei caprioli è rappresentata dalla grande attitudine alla corsa che contraddistingue i nostri ungulati, i quali possono raggiungere la velocità in corsa di 70/80 km orari. Una peculiarità appartenente a questa specie, come alla maggior parte dei cervidi, è la grande capacità di passare quasi totalmente inosservati, grazie alla colorazione del mantello, altamente mimetico, e anche in conseguenza del fatto che non emana alcun odore, specialmente nei primissimi anni di vita. Infatti il riconoscimento tra madre e piccoli avviene attraverso l’olfatto, che permette alla femmina di tenere continuamente sotto controllo la prole. Sovente, recandosi nelle aree abitate dal nostro cervide, anche dopo molte ore di attesa, sarà difficile scorgerne la presenza; così solo l’osservatore attento si metterà alla ricerca di segni e tracce di un’eventuale presenza. Cercando con cura tra gli alberi che caratterizzano l’ambiente vitale del Capriolo, non sarà difficile scorgere i tronchi graffiati con le corna (in qualsiasi periodo dell’anno) poiché è proprio questo il metodo che l’animale utilizza per delimitare i confini del proprio territorio. Per avere comunque, maggiore certezza della sua presenza, un metodo infallibile è rappresentato dalla ricerca delle impronte lasciate sul terreno, di 4/5 cm di lunghezza e di ¾ di larghezza. Se il terreno è particolarmente duro e secco, si potranno scorgere solo i segni delle punte e delle unghie, al contrario sui terreni più teneri rimarrà evidenziata l’intera impronta. Infine se riuscirete a scovare le latrine “abituali”, dove ritorna spesso per deporre gli escrementi, neri ed ovali, avrete la certezza “biologica” che il capriolo vive con buon successo riproduttivo nella zona in oggetto. L’adattabilità della specie, ha spinto il capriolo, come la maggior parte dei mammiferi, a cambiare le abitudini metaboliche e motorie, tant’è vero che questo animale è divenuto prevalentemente notturno; l’inizio della sua attività predatoria coincide con il sopraggiungere del crepuscolo, quando il capriolo abbandona il fitto del bosco per recarsi a brucare, del tutto indisturbato nelle radure e nelle praterie. E’ un vero e proprio maestro nell’arte di muoversi senza compiere alcun rumore. Una peculiarità assai inaspettata della specie è la grande attitudine al nuoto, infatti, non indugia minimamente se deve gettarsi in acqua per attraversare il corso di un fiume o addirittura un lago. Dove la specie non è assoggettata ad un eccessivo disturbo venatorio, sovente si spinge, vincendo la sua proverbiale timidezza, nei prati delle case di campagna, dove se si è particolarmente fortunati, non è impossibile assistere all’incantevole scena della femmina che porta alla luce i suoi cuccioli, un vero e proprio regalo per chi ama e rispetta la natura. Il nostro “Bambi” europeo può solo sperare che gli anni a venire gli possano donare tranquillità e disinteresse da parte di coloro i quali intendono solo riempirsi la pancia, o adornare il loro salotto con uno stupido quanto inutile trofeo.


MAX MONTAINA