versione italianaenglish version   MAX   MONTAINA
    FOTOREPORTER NATURALISTA  /   NATURALIST PHOTOGRAPHER

CAMOSCIO ALPINO
Testi e foto di Max Montaina

Una volta, soltanto i cacciatori si interessavano dei camosci, e tra questi, unicamente coloro ai quali era vietata la “nobile” caccia al cervo. Solo Massimiliano I, nel quindicesimo secolo, si dedicò alla caccia al camoscio. Mentre le popolazioni alpine e rurali si sono sempre dedicate alla caccia di questo ungulato. Nei costumi e nelle superstizioni delle genti delle Alpi, il camoscio aveva preso addirittura il posto del favoloso stambecco dopo la scomparsa di quest' ultimo. I prodotti che forniva, grattati o pestati nel mortaio, mangiati o bevuti e, infine, indossati, avevano la fama di conferire agli uomini la forza del camoscio stesso.

Foto di Max Montaina Foto di Max Montaina

I primi reperti del camoscio risalgono a circa 35.000 anni fa, come testimoniano i ritrovamenti ossei rinvenuti in grotte svizzere e austriache. Oggi i territori di diffusione del camoscio si estendono in tutto l’arco alpino, e su tutti i principali gruppi montuosi europei, fino all’Asia Minore. Il camoscio alpino (Rupicapra rupicapra) popola per tutto l’anno i massicci rocciosi, dal bosco d’alta montagna ed oltre, fino alle più elevate pendici erbose. Durante l’inverno divide queste zone impervie soltanto con un altro ungulato: lo stambecco (Capra ibex). I camosci sono animali poco esigenti, si nutrono per lo più di erbe, che brucano durante tutto l’anno. Quando la neve copre di uno spesso manto la montagna, (creando atmosfere d’incanto per i fortunati osservatori), scavare con gli zoccoli per mettere allo scoperto la tenera erbetta, diventa talora troppo difficoltoso, così i camosci devono gioco forza accontentarsi dei rododendri, delle piante di mirtilli e degli aghi delle conifere. Tuttavia l’erba, pure scarsa ed ingiallita, resta pur sempre la principale fonte d’alimentazione. Fortunatamente i camosci riescono ad assimilare anche il nutrimento più povero: una facoltà che la maggior parte degli ungulati non possiede, come ad esempio il capriolo (Capreolus capreolus). Nel corso del lungo, gelido ed innevato inverno, ogni movimento comporta un elevato spreco di energia, e addirittura se la neve è alta e farinosa, il consumo di energia per questo animale si fa ancora più elevato. In caso di bufera, e quindi di un conseguente ulteriore consumo di forze, i camosci modificano il loro comportamento: smettono di stancarsi alla ricerca del nutrimento, comunque qualitativamente povero, cercando riparo e sicurezza negli angoli risparmiati dalle correnti gelide, o addirittura inoltrandosi nel folto del bosco. Nei boschi, la neve è ovunque profonda e ricopre tutti i pascoli, ciononostante, il calo di peso causato agli animali dal digiuno è inferiore a quello cui andrebbero incontro sprecando inutilmente le loro energie alla ricerca del cibo. Nel periodo invernale tutti i camosci perdono peso; la dura stagione fa consumare loro il grasso accumulato nelle stagioni precedenti. Tra i cuccioli, l’inverno opera una spietata selezione;

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solo i più sani, i più forti, riescono a superare le avversità di questo periodo così brutale per le loro giovani vite. Anche un’altra generazione subisce, durante la stagione fredda, una notevole diminuzione numerica: i maschi adulti. L’amore è tempo di contese sociali tra i maschi di questa specie, e, fino a che punto tali dispute si spingano, dipende dal grado di eccitazione dei singoli camosci. Una delle fasi più apprezzabili nell’ambito di queste schermaglie amorose è il “confronto”: i due maschi si scuotono, annusano il terreno, alzano il capo, poi si muovono cautamente e, riabbassando la testa, si avvicinano l’un l’altro con rapidi passi, senza tuttavia stabilire contatti, e per il momento senza guardarsi; quando un rivale fissa decisamente l’altro, il più debole risponde, abbassando le orecchie ed eseguendo un “salto di fuga”. Spesso si possono osservare per lungo tempo, due contendenti, mentre, ansimando, e a galoppo serrato si inseguono in cerchio; credetemi è uno spettacolo che lascia col fiato sospeso ogni volta che lo si vede. Il rituale della contesa è una sorta di “assicurazione sulla vita”. Infatti se un maschio più anziano, di rango gerarchicamente più alto, si scontra con un esemplare più giovane e di più umile rango, le rispettive posizioni si chiariscono quasi automaticamente; il giovane indietreggia di fronte all’autorità e lascia libero il campo. Ed è per questo che sono gli anziani (più in alto nella gerarchia) ad accoppiarsi per primi con le femmine. Essi vegliano sul loro harem e scacciano ogni altro pretendente fin quasi alla fine dell’epoca degli amori; solo a stagione quasi ultimata, i giovani inesperti possono farsi avanti. Nel frattempo, dopo quasi un mese di rituali e di accoppiamenti si è giunti a dicembre e anche se la neve non ha ancora fatto la sua apparizione, l’inverno è sicuramente cominciato portando con sé freddo, gelo e carestia di cibo, cogliendo del tutto impreparati i maschi esausti e smagriti dalle schermaglie amorose provocandone il rischio elevatissimo di morte. Solo eccezionalmente, fotografi, cacciatori od alpinisti, rinvengono nella successiva estate, i resti scheletrici di questi animali. L’inverno non miete vittime solo fra i maschi adulti ed i piccoli, ma colpisce anche il resto della popolazione, seppure in modo meno drastico. Fortunatamente, una volta tanto, la caccia perpetuata dall’uomo nei confronti di questo animale è all’ultimo posto fra le cause dei decessi, soprattutto perché nei principali areali di distribuzione di questo ungulato sono stati istituiti tempestivamente parchi nazionali e riserve per tutelarne la sopravvivenza. Quando a primavera la coltre nevosa sgela , l’habitat del camoscio si trasforma in un variopinto paesaggio sul quale, mentre da un lato spuntano i grigi picchi dai verdi mughi, a Nord restano ancora dei bianchi drappi di candida neve. Alle alte quote le erbe sono ancora ingiallite e attendono i rigeneranti raggi di sole, mentre nelle valli sottostanti, quasi ovunque inizia a spuntare quel bel verde tenero che segna il passaggio dai rigori dell’inverno alla stagione della felicità per questa tormentata specie.

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La vita spensierata dei camoscetti nati da pochi giorni – un meraviglioso regalo di primavera - viene solo sporadicamente interrotta dal bisogno del cibo, o per riposare. Infatti anche per questi piccoli “allegroni” si avvicina il tempo delle cose serie. Iniziano con cautela a mangiucchiare tenera erbetta e poi, a mano a mano che lo svezzamento procede, passano all’alimentazione degli adulti. Nel frattempo l’erba si è fatta verde, ricoprendo intere vallate. I branchi delle femmine hanno raggiunto un numero consistente di esemplari (circa 60), tra piccoli camosci, giovani di un anno e le femmine stesse. In questo periodo non rimangono piu nel bosco o ai suoi margini, ma preferiscono invece brucare le erbe grasse d’alta montagna che ricoprono le punte dei massicci rocciosi. I maschi vivono separati dai branchi delle femmine, salvo nel periodo degli amori. Essi trascorrono il periodo invernale raccolti in gruppi di pochi individui coetanei; ed invecchiando, tenderanno sempre più a divenire dei solitari. Questi ultimi, mantengono la loro aggressività durante tutto l’anno; essa trova sfogo proprio durante le schermaglie primaverili e autunnali di cui vi accennavo poc’anzi. Vediamo ora in dettaglio di fare una conoscenza più strettamente zoologica con le specie camoscio: è un ruminante tipico delle zone d’alta montagna appartenente alla sottofamiglia dei Caprini, comparve in Europa durante la glaciazione del Riss, raggiungendo però un particolare sviluppo soltanto nella glaciazione successiva, quella del Wurm. In riferimento al genere Rupricapra se ne contano almeno 10 sottospecie differenziate , distribuite lungo l’arco dei principali gruppi montuosi europei e d’oriente. Rupicapra rupricapra (arco alpino), R. cartusiana (massiccio della Chartreuse), R. pyrenaica (monti Pirenei), R. parva (monti Cantabrici), R. tatra (monti Tatra) , R. carpatrica ( monti Carpazi), R. balcanica(Balcani), R. caucasica (Caucaso) , R. asiatica (tauro) ed infine R. ornata ( montagne del Gran Sasso). Quest’ultima sottospecie viene tutt’ora considerata da alcuni studiosi come distinta ossia: Rupicapra ornata. Le dimensioni corporee del camoscio alpino variano da 100/120 centimetri di lunghezza totale con un’altezza al garrese variabile tra 75 e 80 centimetri, raggiungendo un peso approssimativo (maschi adulti ) di 60 chilogrammi.

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Il camoscio è dotato di piede fesso, formato cioè da due zoccoli, con dita ben divaricabili che permettono di fermare efficientemente la corsa dell’animale allorché questi si muova in discesa. Un ulteriore azione frenante viene svolta dai cosiddetti speroni, che altro non sono che due piccoli zoccoli posti sulla superficie posteriore delle quattro zampe al di sopra delle caviglie. La base degli zoccoli è molto elastica e morbida così facilita l’aderenza sulle rocce nelle quali il nostro ungulato si muove. I suoi predatori naturali sono l’Aquila Reale (Aquila chrysaetos) , la Lice europea (Lynx lynx), e il lupo (Canis lupus), ma in particolare gli ultimi due, sono stati ormai ridotti all’estinzione nella maggior parte degli areali del camoscio a causa della vera e propria persecuzione perpetuata a loro danno dall’uomo, a cui ancora oggi vengono entrambi sottoposti. Mortalità invernale, epidemie e prelievo venatorio restano per tanto i soli fattori limitanti al numero delle popolazioni di camosci in tutta Europa. Il mantello di questo rupicaprino è costituito da due diversi tipi di pelo: una giarra calda e lanosa all’interno, con funzioni prettamente termiche, e un rivestimento esterno composto di lunghe setole, a protezione dell’animale contro le abrasioni e le piogge. Il mantello presenta un vistoso cambiamento di colore nell’arco delle stagioni: marrone molto scuro in inverno, bruno in estate. Una delle caratteristiche morfologiche più tipiche del camoscio è la curiosa forma uncinata delle corna, dove nella specie che abbiamo preso in esame in questo servizio, sono lunghe in media da 20 a 25 centimetri, ma in realtà esiste una grandissima variabilità da individuo ad individuo, soprattutto a livello di popolazione. Questo elegante e agile abitante delle zone più ripide e scoscese, costituisce senza ombra di dubbio la presenza più significativa e affascinante della fauna europea d’alta montagna. Diffuso come abbiamo visto con una decina di sottospecie geograficamente isolate, questo splendido ungulato popola con la specie Rupicapra rupicapra, l’intero arco alpino, dove peraltro la sua distribuzione non è ne omogenea ne tanto meno continua. In realtà, è presente dalle Alpi Marittime al Tarvisiano, e secondo recenti stime, conterebbe una consistenza totale di almeno 60.000 capi, con una certa tendenza all’aumento numerico. Tutto ciò si è verificato in conseguenza della riduzione dell’agricoltura, con il progressivo e costante abbandono di numerosi alpeggi e di molte aree più o meno estese di bassa montagna. Per contro, una pressione venatoria sempre notevolmente alta e l’aggressione turistico/sciatoria agli ambienti d’alta montagna (il pressante aumento di strade, insediamenti urbani e impianti di risalita), costituiscono pesanti fatti di limitazione, che impediscono in molte aree l’espandersi della specie. La maggior concentrazione di individui si ha comunque all’interno dei parchi nazionali: non meno di 5000 in quello del Gran Paradiso, circa 2500 in quello dello Stelvio, nonchè nelle province di Udine (1500), Belluno (6000), Trento (9000), Bolzano (16000), ed infine Vercelli (circa 3000 tra la Valsesia e l’alto Biellese). L’eccessiva densità di popolazione , in assenza di predatori naturali, può provocare seri problemi di malattie e di contagio epidemico. Purtroppo anche questi squilibri sono in realtà causati dall’uomo in conseguenza di anni e anni spesi inadeguatamente in tentativi di salvaguardia assolutamente goffi e superficiali, come ad esempio il sistematico prelievo dei migliori maschi adulti, che ha provocato un innaturale incrocio tra giovani inesperti riproduttori e femmine anziane, causando un logico quanto pericoloso indebolimento della specie a livello genetico, rendendola così altamente esposta all’aggressione delle malattie.

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È una lezione da meditare ed apprendere con coscienza, poiché oggi persone come me, che hanno dedicato la loro vita al meraviglioso mondo degli animali, hanno la fortuna di poter raccontare queste straordinarie e soprattutto vere storie di creature che condividono con noi l’esistenza su questo pianeta, ma chi ci garantisce che i nostri figli potranno essere direttamente partecipi di ciò che noi abbiamo, ma soprattutto di ciò che noi stiamo vivendo in prima persona! Infatti, recandomi nel Parco Nazionale dello Stelvio con il mio compagno inseparabile di spedizioni fotografiche, Enrico, non mi sarei mai aspettato di poter riuscire a realizzare tante e tali fotografie riguardati animali d’alta montagna ma in particolare modo del camoscio. Nelle innumerevoli camminate effettuate nell’arco di 40 giorni che hanno caratterizzato la nostra presenza nel parco ci siamo imbattuti in volpi, picchi, scoiattoli, aquile, marmotte, ecc… Invece, l’incontro con uno degli animali che mi permetto di definire tra i più belli e fieri che esistano al mondo è stato brusco, inaspettato, ma soprattutto improvviso. Dopo aver camminato per circa tre ore, risalendo un torrente luccicante di mille colori, abbiamo effettuato una breve sosta all’ombra di un gruppo di abeti; cosicché, dopo esserci rimessi in marcia, giungiamo ai piedi di una vecchia baita abbandonata, ad è qui che si compie uno scherzo del destino, infatti dopo aver camminato in coppia, decido di separarmi dal mio compagno d’ avventura. Dopo aver compiuto non più di 50 metri, superato un boschetto, intravedo una radura, sovrastata da un grosso roccione semi coperto dagli aghi e dai rami superiori di alcune conifere. Non ricordo se ho avuto il tempo di deglutire, che, come per incanto, mi trovai a non più di 5 metri da uno splendido esemplare maschio di camoscio, ritto in posizione regale proprio su quel roccione che avevo intravisto appena prima. Ad un fotoreporter naturalista capita di rado di non riuscire a mettere a fuoco il soggetto perché troppo vicino, ebbene quella fu una delle rare ed irrepetibili occasioni, tant’ è vero che prontamente mi nascosi dietro un’abete rosso alla mia sinistra, mentre con mio grande stupore, lo splendido animale, con un balzo atletico, scese dal roccione portandosi proprio sul sentiero dove mi trovavo pochi istanti prima. Dopo aver scattato alcune foto con un 300 mm, iniziai a correre il più silenziosamente possibile a ritroso per avvertire Enrico dell’avvistamento, ma così facendo non mi accorsi che nella boscaglia c’erano altri 3 camosci , i quali sentendomi correre , fuggirono come solo loro sanno fare, verso le praterie sottostanti. Vi assicuro, un vero spettacolo per gli occhi! Dovettero passare almeno due ore prima che anche il mio compagno d’avventura potesse vedere di persona il fiero ed impavido animale. Carichi di due grossi teleobbiettivi a testa, iniziammo a scendere nelle praterie, strisciando per non farci notare, poiché avevamo avvistato alcuni esemplari al pascolo. Restammo così appostati ad osservare la vita del camoscio che scorreva davanti ai nostri occhi fino a tarda sera. Purtroppo tutte le emozioni provate nel realizzare il mio servizio fotografico sul camoscio, non potranno mai uscire dal mio essere, per renderne tutti voi partecipi, in ogni caso sono esperienze indimenticabili che ti riconciliano col mondo intero, forse perché di fronte a queste cose ci si rende conto che l’uomo non può nulla a confronto di Colui che ha reso possibile tutto questo. In conclusione, mi auguro che questa mia esperienza abbia donato qualcosa in più a qualcuno di voi, ma se così non fosse, vi prego almeno di apprezzarne l’intento, che vi garantisco essere buono, visto e considerato che nasce da un profondo amore nei confronti della natura.


MAX MONTAINA