versione italianaenglish version   MAX   MONTAINA
    FOTOREPORTER NATURALISTA  /   NATURALIST PHOTOGRAPHER

PARCO NAZIONALE DI
BANFF
Testi e foto di Max Montaina


Mentre l’auto percorreva la strada che ci stava portando al parco, un’audiocassetta nell’autoradio diffondeva all’interno dell’abitacolo una musica dolcissima ed emozionante al tempo stesso, non la conoscevo fino ad ora, era la colonna sonora del film Balla coi Lupi, ed è strano come il destino abbia voluto che per il sottoscritto, in quel preciso momento della mia vita, si sarebbe proprio trasformata nella colonna sonora di uno dei momenti più belli della mia vita. Mentre lacrime di gioia sgorgavano dai miei occhi, e da quelli dei miei 3 compagni dìavventura, innanzi a me si stagliava la sagoma indistinta e mozzafiato delle Montagne Rocciose.

Foto di Max Montaina

Ancora non me ne rendevo pienamente conto, ma stavo per entrare nella porta naturale del Parco Nazionale di Banff, situato nello stato canadese dell’Alberta. Non dimenticherò mai quel meraviglioso istante in cui l’immensa vastità di boschi e foreste si presentava in tutta la sua magnificenza. Il cielo era spazzato da qualche nube grigiastra, ma nonostante ciò, la bellezza del paesaggio non ne era minimamente contaminata. Nei miei sogni di bambino, poter vedere le foreste canadesi, era sempre stato il desiderio più grande da appagare, ed ora, non me ne rendevo minimamente conto, le avevo proprio davanti ai miei occhi. Un escalmazione mi sorse spontanea dal profondo dell’anima: “QUI LA REALTA’ SUPERA L’IMMAGINAZIONE!!!”

Foto di Max Montaina Foto di Max Montaina

Il mio sguardo si perdeva all’orizzonte, non percependone i confini, era il 1992, ma provenendo dalla civiltà, fatta di caos, inquinamento e costruzioni orribili fatte dall’uomo, mi pareva di aver compiuto un balzo a ritroso nel tempo, e da un momento all’altro, mi sarei aspettato di veder sbucare fuori dalla selva, un’indiano d’america in sella al suo cavallo, minaccioso nei miei confronti, in quanto “uomo bianco”, che aveva osato profanare la sua terra natia. Non potete minimamente immaginare di quanta gioia fosse ricolmo il mio cuore nel provare tutte queste sensazioni, e se non avete mai calpestato il suolo canadese, non potete comprenderne il reale significato. Hidden Ridge era il luogo prescelto come base d’appoggio per la nostra troupe fotografica, e francamente, un luogo più incantevole ed appropriato non lo si poteva certo scegliere, scaricammo le nostre attrezzature dall’auto ed entrammo in quello che i locali definivano semplicemente come Cottage, ma che nel nostro immaginario, tipicamente europeo, ricorda la tipica casetta in legno delle storie della Frontiera americana, con tanto di camino, scala in legno per salire al reparto notte, insomma, un luogo perfetto per ritemprare le forze dalle fatiche di levatacce, appostamenti al freddo, e sforzi nel trasportare le nostre amate ma pesantissime attrezzature fotografiche.

Foto di Max Montaina Foto di Max Montaina

Come se tutto ciò non bastasse, a rendere splendido il nostro arrivo nel parco, una soffice nevicata stava iniziando a cadere, imbiancando le conifere che circondavano la nostra accogliente dimora, insomma, c’era da domandarsi, se tutto questo fosse solo un sogno oppure la più splendida ed entusiasmante delle realtà. Tutte queste emozioni, e la stanchezza del viaggio, oltre alla fame che iniziava a farsi sentire inesorabile, ci spinse a recarci nella vicina cittadina di Banff, un vero e proprio gioiello incastonato nel cuore delle Rocky Mountains, e, provate ad immaginare chi ci diede il benvenuto, poco dopo essere saliti sull’auto……ebbene si, uno splendido esemplare di Wapiti (Cervus americanus), o per i meno avvezzi alla classificazione zoologica, uno splendido esemplare di Cervo maschio americano, dotato di palchi imponenti, come a comunicarci di essere il padrone di questi luoghi, e ad avvertire eventuali malintenzionati nei confronti della natura incontaminata del luogo. Una giornata al parco, la prima di un lungo soggiorno, stava per finire, e francamente, non osavo nemmeno immaginare di quanto splendore avrei assistito al mio primo impatto nel Parco Nazionale di Banff.

Foto di Max Montaina

Il mattino seguente, risveglio sonnolento e tranquillo, giusto per ritemprare le forze svanite dalle lunghe e snervanti attese negli aeroporti, e nei vari spostamenti con le differenti auto. Colazione rigorosamente all’americana, con uova strapazzate, beacon e sciroppo d’acero (divino), e se già l’euforia spontanea, di essere in quello splendido luogo non fosse già sufficiente a rendere l’atmosfera perfetta, ci ha pensato una spolverata di neve mattutina, condita di Scoiattoli americani (Tamiasciurus hudsonicus), saltellanti da un’albero all’altro alla ricerca del cibo. In tutta onestà, credevo che Walt Disney, con i suoi quadri idilliaci nel mostrare luoghi incantati, ricchi di vegetazione rigogliosa, con animali che spuntavano da ogni dove, avesse attinto soprattutto dalla sua inesauribile e fervida immaginazione, ma mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo, semplicemente, ebbe la grande fortuna (per chi ama la natura), di nascere in un paese che fin dal lontano 1800 comprese l’importanza e la necessità di tutelare questo immenso patrimonio naturale, in modo tale da potercelo conservare in tutto il suo immutato splendore, fino ai nostri giorni. Chi non sogna di risvegliarsi in una casa calda e accogliente, con il profumo di resina che si propaga nell’aria, e, scostando le tende alle finestre, avere la fortuna di poter assistere al miracolo della natura, fatto di piccole e semplici cose, come la neve che imbianca le cime degli alberi, di piccole creature indaffarate per la propria sopravvivenza. Perdonatemi, ma è ben diversa dalla massacrante routine quotidiana che col passare del tempo ci intristisce e ci inaridisce fin nel profondo. Con il passare delle ore, stavo dimenticando di avere una vita nella civiltà, e immerso in tutto questo, stavo meditando su quello che sarà un giorno il mio destino, ovvero, lasciare l’Italia, che non ho mai amato, per venire a vivere in questo paese: il Canada. Ho ancora i brividi, se provo a rammentare il dolce solletico che uno scoiattolo, intento a mangiarsi le briciole dei biscotti che gli porsi dal palmo della mia mano, mi faceva, sgranocchiando tranquillamente, senza accusare il minimo segno di paura nei confronti di questo estraneo giunto da lontano. Da bambino, sognavo di poter girare il mondo alla ricerca di animali e di luoghi incontaminati, e credetemi, quando percepisci che il tuo sogno si sta avverando, non esistono parole che possano rendere giustizia a ciò che si prova.

Foto di Max Montaina

Se esiste il paradiso, e tutti noi, credo lo speriamo, ebbene, vorrei fosse cosi. Qui non esiste la cosiddetta civiltà dell’uomo, qui regna incontrastata la legge inesorabile della natura, le emozioni vengono donate dal sole che s’infiltra tra i rami innevati, dai cervi che corrono nella neve, sollevando la polvere bianca, qui è la vera vita, che credo pochi uomini fortunati (quale io mi ritengo), hanno avuto la possibilità di conoscere, e come in un caleidoscopio di mille sgargianti colori, tutte le prospettive, vengono capovolte come se ciò che ti accade non stia accadendo a te, ma a qualcun altro. Quest’oggi, doveva essere un giorno di totale riposo, di preparazione alle giornate successive nel parco, fatte di “levatacce” all’alba, di appostamenti a temperatur e sotto lo zero, ed invece il mio diario naturalistico di campo, era già pieno di situazioni meravigliose, e le mie fotocamere avevano già scattato numerosi rullini, nel riprendere, tra gli altri, gli splendidi giochi di luce della neve che cadeva, e le evoluzioni dei piccoli “folletti del bosco” alla ricerca spasmodica del reintegro energetico. Il mio viaggio qui nel Parco Nazionale di Bannf, non poteva iniziare sotto migliori auspici, e incrociando gli sguardi con Filippo, Gian Paolo e Letizia, i mei 3 compagni d’avventura in questo lunghissimo soggiorno nel Canada occidentale, percepivo che a loro stava accadendo la medesima cosa. Andiamo perennemente alla ricerca dei miracoli, e francamente, già dopo questi primi 2 giorni al parco, posso tranquillamente affermare che i miracoli avvengono, ma il problema è che noi, spesso, siamo ciechi, e non riusciamo a riconoscerli quando ne siamo testiimoni oculari, non ho altre parole per definire quanto ho avuto modo di osservare intorno a me, ed allora mi pongo una domanda: “siamo certi di avere capito il reale scopo della nostra esistenza terrena?” Sono le 4 del mattino, fuori dalle finestre il buio la fa ancora da padrone, ma per raggiungere la Valley of Five Lakes per ritrarre i castori nelle loro peregrinazioni mattutine, bisogna colmare la distanza di un tratto stradale di circa 24 km, per cui, sveglio i miei compagni di viaggio, avvertendoli di coprirsi abbondantemente, in quanto la colonnina del mercurio indica meno 10 gradi centigradi, nonostante si sia verso la seconda metà di marzo. Saliti in auto, in un silenzio tipico dal risveglio del sonno bruscamente interrotto e partiamo nella direzione indicata dalla mappa. Ormai è una settimana che siamo qui, e questo parco ci ha abituato alle sorprese, e tanto per non smentire questa sua “entusiasmante “ fama, ci fa scorgere un coyote (Canis latrans) intento a spolpare i resti di una carcassa di un giovane wapiti (Cervus canadensis), morto probabilmente in seguito agli stenti provocatigli dai rigori invernali. L’atmosfera, da sonnolenta e cupa, d’inprovviso si trasforma in entusiastica e attenta, e con mia somma gioia, pregusto le meraviglie che ci attendono ai bordi del lago che ci è stato indicato dai gentilissimi rangers del parco. Infatti dovrebbe essere abitato da una intera famiglia di castori che vi ha costruito la propria tana da oltre 5 anni. Scesi dall’auto, lo scenario che si stagliava dinnanzi ai miei occhi, era quanto di più suggestivo avessi mai visto in tutta la mia esistenza, conifere enormi con la neve che le imbiancava senza appesantirne le chiome, un sottobosco dove ti saresti aspettato da un momento all’altro che apparisse uno gnomo o un elfo a darti il buongiorno, e sullo sfondo, la sagoma ben definita del lago, meta del nostro appostamento.

Foto di Max Montaina Foto di Max Montaina

Giunti in posizione, e scorti i segni e le tracce della presenza della famiglia del roditore in questione, nella fattispecie, alberi rosicchiati e tracce sul terreno bagnato, iniziava la fase più difficile del mio lavoro di fotoreporter naturalista: l’appostamento in silenzio ed immobile a circa 8 gradi sotto lo zero, in attesa che il nostro roditore decidesse di concedersi alla troupe fotografica. Ma, sebbene possa apparire un paradosso, è proprio attraverso queste difficoltà che si forgia il carattere e la capacità in questo meraviglioso lavoro. Nel frattempo, le mie atrezzature fotografiche, erano, nonostante siano concepite e costruite per i climi estremi, totalmente intoccabili causa il freddo, fortunatamente nel mio corredo sono munito di guanti appositi, in modo tale da poter accedere alla ghiera di messa a fuoco, anche perché nel frattempo, uno splendido esemplare maschio di castoro era sbucato letteralmente in superficie, rompendo con la testa le acque semi ghiacciate del lago. Quando si assiste a queste scene, ci si abitua presto a tramutare la frustrazione per le inclemenze del clima, in totale euforia per le immagini che si hanno la fortuna di vedere scorrere dinnanzi ai propri occhi, ma soprattutto a fissare per sempre come immagine sulla pellicola o nella scheda digitale a seconda del sistema utilizzato. Il canada è anche conosciuto come la “TERRA DELLE ALCI”, proprio il motivo trainante per cui molti fotoreporters, come il sottoscritto appunto, raggiungono questa parte del mondo. Simbolo della fierezza e della maestosità, questo imponente cervide vive solitario per la maggior parte dell’anno, pascolando nella tundra artica. Perfettamente a suo agio nella neve, così come nell’acqua dei laghi, intento a pascolare le alghe che crescono in prossimità delle rive. Vederlo nel suo regno è qualcosa d’indescrivibile, e in particolare, per quanto mi riguarda, è un sogno di bambino divenuto la più splendida ed indescrivibile delle realtà. Personalmente, è il “motore” che mi ha spinto fin da ragazzino, a risparmiare soldi e rinunciare alle vacanze tradizionali, facendo i lavori più disparati, cosi da poter acquistare le costosissime atrezzature, per poi, come fortunatamente è accaduto, un giorno poterlo ammirare dal vivo. Infatti, averlo dinnanzi ai propri occhi, nella sua impareggiabile grandezza, raggiungendo fino a 2 metri d’altezza negli esemplari nordamericani, ti ripaga di ogni sacrificio, di ogni fatica, insomma, senza inutili panegirici, lo considero la “panacea” di tutti i malesseri , intesi come la routine, e soprattutto la mia difficile convivenza nel contesto della società moderna. Ma il Canada, e Banff in particolare, non è solo questo (come se fosse poco peraltro), infatti avendo avuto la possibilità di percorrerlo in lungo e in largo, e più volte nel corso di questi ultimi 20 anni, posso senza timore di smentita, definirlo un luogo dai ritmi vitali cadenzati, e soprattutto a “MISURA D’UOMO”.

Foto di Max Montaina

Ove si escludano le grandi metropoli, nelle piccole citaadine, come Banff appunto, si riesce ancora ad avere una qualità della vita assolutamente senza pari altrove. Nelle nostre città, tanto sbandierate dall’occidente europeo, un bambino non ha verde o spazi aperti per giocare, se è particolarmente fortunato, vede i passeri, le gazze e le ghiandaie. Qui è veramente un altro mondo, il verde è ovunque, e fin da piccoli i bambini sono abituati a giocare nei numerosissimi parchi cittadini, con scoiattoli, passeriformi multicolore di ogni specie, cervi wapiti e con gli splendidi cani della prateria (Cynomis ludovicianus). Questi simpaticissimi roditori se ne stanno davanti alle loro tane osservando ogni minimo movimento sospetto, il più piccolo rumore li fa fuggire precipitosamente al loro interno, per poi ritornare alla luce del sole pochi istanti dopo, non possono resistere, la loro innata curiosità li spinge a far questo, ed è proprio con questa tattica, che i predatori, ed in particolare modo i Coyote, li catturano inesorabilmente. Ho assistito più volte a queste pantomime, e sebbene da un lato ci si dispiaccia per la dipartita dei piccoli roditori, si comprende d’altro canto, dell’ineluttabilità dei cicli naturali, che se venissero spezzati, l’ecosistema ne uscirebbe irrimediabilmente squilibrato. Ormai da quella mattina fredda alla Valley of five Lakes sono passati quasi 2 mesi, la primavera è arrivata, ma la regola non cambia, questo parco ogni giorno, in ogni istante, sa regalarti attimi irripetibili. Puoi camminare in mezzo alla neve e scorgere la sagoma di un Puma che osserva dall’alto la vallata sottostante, oppure alzare gli occhi al cielo e riconoscere le forme sinuose e imponenti di un’Aquila americana; Banff è questo e molto di più. Non dimentichiamolo, questo è il luogo dove regna incontrastato il Grizzly, con una massiccia presenza in quasi tutto il Canada occidentale, tanta e tale da tenere in giusta considerazione l’ovvia cautela nello spostarsi all’interno di queste lussureggianti foreste di conifere. Non è un evento raro il trovarsi dinnanzi ai propri occhi, la sagoma scura e massiccia di un Ursus arctos horribilis, come recita il nome latino. Ed è forse proprio a questi errori nella nomenclatura tassonomica, misti a sconsiderati e ignoranti cineasti di Hollywood, che ci hanno portato a crearci uno stereotipo errato sul conto di questo splendido urside. Infatti, nella convinzione ricorrente, noi tutti siamo portati a considerare l’orso grizzly solo ed unicamente come un animale pericoloso ed aggressivo, ma la realtà è ben lontana da questi assurdi pregiudizi. Vedere la tenerezza e la delicatezza con cui accudisce la prole, può essere già sufficiente a sfatare questo luogo comune e a restituircelo nella sua reale “dimensione”. Ecco perché luoghi come questo parco meraviglioso, permettendoti di stare a contatto quotidiano con la natura, ci permettono di valutare sotto un’altra luce prospettica ogni piccola cosa del quotidiano. Al ritorno dai miei 3 mesi vissuti all’interno del parco, sono ritornato con la consapevolezza che noi esseri umani siamo piccola cosa se ci mettiamo al confronto delle cose naturali, e credetemi, questo meraviglioso parco è il più grande degli “insegnanti”. Per cui sarò sempre grato al Canada, per ogni cosa, piccola o grande, che ha saputo donarmi e che continua a darmi ogni volta che mi reco in quello splendido paese nordamericano.

MAX MONTAINA